La paura e la crisi
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Il tempo della paura e della crisi

Nonostante gli enormi progressi scientifici che hanno contraddistinto gli ultimi decenni, la nostra civiltà si confronta oggi con problemi drammatici: guerre e terrorismo, devastazioni ambientali, profonde ingiustizie sociali, pandemie e altre gravi problematiche sanitarie, ecc. La maggioranza della popolazione mondiale vive in una condizione di estrema povertà, mentre l’intero pianeta ha iniziato a confrontarsi con le conseguenze di un sistema di consumo fondato sull’assunto paradossale che le risorse a disposizione siano infinite. Da tale assunto derivano gli effetti del riscaldamento globale e della progressiva scarsità delle risorse – prima tra tutte il petrolio – che determineranno in pochi anni una combinazione di eventi dalle ricadute di portata epocale sulla vita di ogni individuo. Epoca di grandi cambiamenti, dunque, di grandi paure ed insicurezza. 

Da un punto di vista esistenziale, pur vivendo in società sempre più popolose, soffriamo di solitudini infinite: il nostro tempo è caratterizzato dalla disgregazione di modelli sociali e familiari ritenuti immutabili per millenni, da un senso di abbandono e di estrema vulnerabilità che colpiscono milioni di persone. Viviamo male le nostre relazioni sociali, all’insegna di incomprensione e insoddisfazione.  In poche parole, non ci sentiamo felici.   

Siamo in molti a cercare delle risposte ma sembriamo incapaci di proporre e di attuare qualcosa di diverso dalle solite, vecchie e dannose logiche di competizione e potere nei contesti della famiglia, del lavoro, dell’educazione, del tempo libero, dell’intera società. In linea teorica avremmo a nostra disposizione enormi conoscenze, mezzi e risorse che ci consentirebbero di stare  tutti molto meglio, rispetto alle epoche passate. Invece stiamo sempre peggio, dal punto di vista materiale ma anche e soprattutto da quello morale, interiore. Insoddisfazioni e malesseri non accennano a diminuire, anzi tendono a crescere in maniera esponenziale.

È opinione diffusa che le colpe di questo degrado e malessere siano da addebitare “agli altri”, identificati, di volta in volta, nel “mercato globale”, nel “sistema politico-economico dominante”, in questo o quell’altro gruppo di potere. Ma è proprio così? È davvero tutta colpa di questo o quel governante, di questa o quella ideologia, di questo o quel partito ? E se fossimo noi stessi la causa dei nostri mali?  

Ognuno di noi vive chiuso nel proprio piccolo mondo, fatto di amicizie, affetti, ruoli sociali ben definiti. Tanti piccoli mondi che, senza che noi ce ne rendiamo conto, ci isolano sempre più dai nostri simili. Siamo arrivati alla conclusione che si può fare a meno degli altri, quelli che stanno al di fuori di quel nostro piccolo mondo, e accettato che sia normale vivere in eterna competizione con il prossimo. Così abbiamo rinchiuso in un cassetto la nostra identità, il tratto umano complessivo che ci rende simili gli uni agli altri, con i nostri bisogni di pace, benessere, giustizia. Oggi lo spirito  competitivo e l’individualismo sono gli aspetti predominanti della nostra società. Stiamo dimenticando che tutti i più importanti progressi dell’umanità sono stati raggiunti grazie all’impegno comune, alla collaborazione di tanti individui.  

Abbiamo dimenticato l’importanza della cooperazione, di partecipare attivamente, lasciando fare ai vari “gruppi di potere”, che pensano e decidono al posto nostro, perseguendo spesso i propri interessi piuttosto che il bene comune, con effetti disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti. In questo modo permettiamo ad altri di costruire la loro autorità nella società e nel mondo e, in ultima analisi, su noi stessi. Rifiutiamo, in altre parole, di ammettere una verità semplicissima: tutti noi esseri umani siamo interdipendenti, non possiamo fare a meno dell’altro per vivere, come è vero che anche l’altro ha bisogno di noi. Il risultato del nostro rifiuto è che la nostra umanità si inaridisce nella competizione quotidiana per il guadagno, il potere, il consumo, il possesso, diventando prigioniera dell’egoismo.   

L’egoismo individuale si diffonde, attraverso i nostri comportamenti, all’intera società: guerre, razzismo, violenza, ingiustizia, ignoranza. Tutto questo si fa strada grazie alla nostra  passività, sfiducia, mancanza di collaborazione, disimpegno che porta a ritenere ancora valido il principio della delega, secondo il quale una ristretta cerchia di persone viene chiamata a prendere decisioni che riguardano la collettività e ad assumersene in via esclusiva la responsabilità.  É importante evidenziare quanto sia ingiusto questo sistema, quanto siano “cattivi” i poteri forti. Ancora più importante è comprendere qual è l’atteggiamento che ognuno di noi assume di fronte a tutto questo.

L’attuale sistema di potere è organizzato in modo da soddisfare le esigenze di pochi e per auto-riprodursi ha bisogno di poter contare su una società disunita e competitiva. Noi individui, uno per uno, vi contribuiamo accettando di vivere con il coltello fra i denti, dimenticando cooperazione e spirito di fratellanza. Questo sistema ci viene imposto solo in parte: in realtà ne siamo complici e corresponsabili, accettando che la competitività e l’isolamento alimentino le nostre paure. Risultato: ci sentiamo più soli, dunque indifesi.  

Come possiamo pretendere di vivere nel benessere e in un clima di giustizia se non ci preoccupiamo del benessere di tutti, se accettiamo le ingiustizie ai danni altrui? Come possiamo pretendere di essere liberi se chiudiamo le porte agli altri, se accettiamo che la società escluda una parte di esseri umani dai nostri stessi diritti e libertà? Chi dovremmo incolpare della drammatica situazione attuale, se non il nostro stesso individualismo ed egoismo? Sostenere che la colpa è di qualcun altro, significa solo fare finta di non vedere le nostre responsabilità, autoassolverci per la nostra passività.

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Ultimo aggiornamento: 07-03-15